BIOTERRORISMO E BIOETICA

Autora: Laura Palazzani

 

 

ÍNDICE

Introduzione
1. Definizione e natura
2. Reazioni
3. Conclusione

Bibliografia

 

 

 

Introduzione

La violenza é un complesso e grande problema di tutti i tempi. Il nostro non é una eccezione. Le modalitá pero, possono cambiare. Infatti, il bioterrorismo costituisce il volto criminale e tragico della violenza dei nostri giorni. Andiamo ad studiare dunque, le variate sfumature di questo problema.

 

1. Definizione e natura

Se con l’espressione “bioterrorismo” (o terrorismo biologico) si intende l’uso criminale di armi biologiche non convenzionali, con l’esplicita intenzione di disseminare agenti (virus o batteri) che provocano malattie, al fine di danneggiare l’uomo e contagiare la popolazione civile, attentando alla salute e alla vita (umana e non umana), è evidente la stretta connessione con i temi di cui si occupa la bioetica. Di fronte al possibile uso violento di recenti acquisizioni biotecnologiche, la bioetica non può rimanere silenziosa ed indifferente. Lo spettro della peste e del vaiolo, la paura del carbonchio e dell’antrace, nomi vecchi (che tornano alla ribalta della cronaca) e termini nuovi (ai quali ormai ci stiamo abituando), configurano l’“incubo” del XXI secolo: l’incubo della imprevedibile contaminazione di microrganismi patogeni, di nemici invisibili (percepibili sono con sofisticate apparecchiature), con i quali potremmo entrare in contatto mangiando o respirando l’aria o aprendo una busta. Lo scopo dei bioattacchi terroristici è proprio quello di prospettare scenari catastrofici per disorientare la nostra quotidianità, minare le nostre sicurezze, alterare le nostre abitudini; diffondere angoscia, creare fratture, suscitare sgomento.

Nonostante alcuni abbiano tentato di sfatare gli scenari apocalittici e di rassicurare l’opinione pubblica smentendo la reale efficacia della bioguerra, sottolineando la differenza tra possibilità teorica e realtà operativa (essendo difficile reperire mezzi efficaci di dispersione degli agenti) e mostrando come le armi convenzionali (dati statistici alla mano) restino più pericolose e causino un numero di vittime maggiore in tempi anche più rapidi, l’emergenza bioterrorismo riaffiora in modo sempre più acuto e visibile nella percezione sociale e nella coscienza comune: si avverte la necessità di porre limiti etici al progresso della tecnoscienza a causa degli inevitabili pericoli che essa può veicolare. Di fronte alla minaccia della guerra batteriologica si riapre (dopo l’incubo della guerra nucleare), in modo ancora più drammatico, lo scenario inquietante del possibile uso malvagio (politico-militare) dei risultati della ricerca scientifica biomedica, con potenziali gravi rischi per la salute dell’uomo e della società, e con l’eventualità che ciò possa addirittura mettere in pericolo la sopravvivenza dell’umanità, della vita sulla terra e dell’ambiente in generale.

I recenti sviluppi della ricerca biotecnologica hanno aperto inedite possibilità di cura delle malattie, ma hanno al tempo stesso offerto all’uomo nuovi strumenti di distruzione, contro l’uomo e contro la vita in generale. L’ambivalenza strutturale del progresso biomedico scientifico e tecnologico si rivela in modo ancora più evidente, proprio in questo ambito: la ricerca tecnoscientifica è indispensabile “per” l’uomo, per salvarlo e guarirlo da alcune malattie, ma gli esiti della ricerca possono essere usati “contro” l’uomo, per provocare malattie anche letali (a scopo criminale e terroristico).

L’emergenza bioetica contro il bioterrorismo è avvertita oggi in modo forte dall’opinione pubblica, e non solo dagli esperti. Anche se, a ben vedere, non si tratta di un fenomeno nuovo: nel passato erano già state usate armi biologiche di distruzione collettiva (si pensi all’uso di frecce avvelenate con sostanze tratte da animali contro il nemico, all’uso di cadaveri o carcasse di animali infetti per contaminare pozzi, cisterne e raccolte d’acqua a scopo bellico; ma si pensi anche all’uso di armi chimiche e di armi nucleari nella seconda guerra mondiale). La novità non consiste tanto nell’uso di armi biologiche, quanto nella loro maggiore pericolosità (dati i recenti sviluppi della microbiologia che hanno consentito di isolare e produrre germi patogeni specifici), nella facile reperibilità (virus e batteri sono oggi facilmente riproducibili in laboratorio, conservabili e trasportabili), nella disponibilità economica (le armi biologiche sono anche dette “l’atomica dei poveri” per il basso costo), nella difficile rilevabilità e nella quasi totale assenza di misure di controllo epidemiologico (potendo anche una piccola quantità di agenti tossici provocare effetti non istantanei su più individui, sfruttando oltretutto gli stessi individui contagiati come veicolo di diffusione): la invisibilità degli agenti e la non immediata percepibilità della loro azione (dato il periodo più o meno lungo di incubazione e la difficile individuazione dalla sintomatologia comune) determina una dilatazione nel tempo e nello spazio degli effetti nocivi, non facilmente controllabile. Ma oltre a tali distinzioni fattuali, vi è una differenza sostanziale nell’uso delle recenti bioarmi messe a disposizione dalla tecnoscienza, differenza che mette in luce il cuore della problematica bioetica: diversa è l’intenzione della bioguerra, che non è più solo quello di aggredire il nemico, ma anche e soprattutto di colpire, in modo imprevedibile e casuale, la popolazione civile (da parte di pochi individui, disposti anche a sacrificare la propria vita), danneggiando la salute e provocando devastazione e morte, nella società ma anche nell’ambiente in generale.

La minaccia sospesa, annunciata ed incombente del bioterrorismo mette in evidenza la nostra precarietà e l’incertezza del nostro futuro: il timore delle ripercussioni sulla salute individuale e pubblica, la paura delle gravi conseguenze fisiche, psichiche, sociali ed ambientali, la minaccia alla nostra sicurezza sono proprio l’obiettivo dell’uso criminale delle armi biologiche: seminare terrore e panico. Il problema etico è che tale minaccia non è solo rivolta alla salute, alla sicurezza e alla vita, ma anche alla stessa identità umana. La minaccia del bioterrorismo mostra in modo drammatico la vulnerabilità e la fragilità dell’uomo, che si trova esposto all’odio e alla violenza, senza una reale ed efficace possibilità di reagire.

 

2. Reazioni

Uno dei primi tentativi di reazione al bioterrorismo è riconducibile al “Protocollo di Ginevra” (1925), che ha dato inizio ad una serie di trattati e convenzioni internazionali, finalizzate al controllo nell’uso delle armi biologiche: all’inizio si è perseguita la strada della proibizione dell’uso in guerra di bioarmi, senza però vietare le ricerche di base, lo sviluppo, la produzione e il possesso di materiale biologico. Ciò ha fatto sì che la ricerca potesse essere portata avanti con programmi di sperimentazione in molte nazioni (approfittando anche del fatto che l’opinione pubblica fosse più preoccupata dalle armi nucleari). Va anche detto che la decisione di porre fine al programma bio-offensivo non era dettata solo da ragioni etiche, ma per lo più pragmatiche: data la disponibilità di armi convenzionali e nucleari, le armi biologiche non erano considerate essenziali per la sicurezza nazionale. Successivamente si è tentato di colmare tali lacune elaborando altri documenti con esplicito riferimento alla proibizione della produzione e stoccaggio di armi biologiche, oltre che alla previsione di ispezioni: nel 1969 la Gran Bretagna sottopose al vaglio della Commissione per il disarmo delle Nazioni Unite una proposta in tal senso; nello stesso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicò un rapporto sulle conseguenze potenziali della guerra biologica sensibilizzando i paesi ad accogliere tale proposta. Solo all’inizio degli anni ’70, con la Biological Weapons Convention (BWC) venne esplicitata la proibizione dello sviluppo, della produzione e dello stoccaggio di armi biologiche, precisando che tale proibizione fosse relativa solo al possesso in “quantità che non trovino giustificazione a fini preventivi, protettivi o di pace”: venne anche proibito lo sviluppo di sistemi di liberazione di armi biologiche nell’ambiente, la distruzione di depositi e attrezzature, oltre alla proibizione del trasferimento di conoscenze in altri paesi. Anche tale documento, seppur più attento al divieto della diffusione incontrollata di organismi patogeni, mostra alcune imprecisioni, in riferimento alla specificazione della quantità di armi biologiche legittime, alla definizione precisa dello scopo di difesa, alla assenza di meccanismi efficaci di verifica.

Eppure la via degli accordi internazionali, benché indubbiamente utile per la presa di coscienza della necessità di predisporre strategie urgenti ed efficaci contro il bioterrorismo, non si rivela conclusiva, almeno dal punto di vista bioetico. Se da un lato è facilmente registrabile un consenso etico unanime sulla proibizione dell’uso bellico delle armi biologiche, si percepisce anche dall’altro lato la necessità di non bloccare definitivamente la ricerca tecnoscientifica, anzi di continuarla e di doverla continuare per poter predisporre armi di difesa (non potendo escludere a priori la trasgressione della proibizione, dunque il possibile uso aggressivo delle bioarmi). In particolare si avverte, da parte del fronte bioetico libertario e liberale, il timore che la diffusione nell’ambito dell’opinione pubblica della condivisione della necessità di porre freni alla ricerca scientifica per la paura suscitata dagli scenari bioterroristici, possa incrinare l’immagine positiva della scienza e possa bloccare ed ostacolare l’autonomia degli scienziati: si teme che il consenso facilmente percepibile contro la scienza e la tecnologia in situazioni estreme (è il caso appunto del bioterrorismo) possa portare a sacrificare la libera ricerca. La bioetica liberale-libertaria ritiene più opportuno, di fronte alle inquietudini del bioterrorismo, predisporre strumenti di controllo della ricerca provvisori e flessibili (che regolino le finalità, ma non blocchino l’uso degli strumenti), quali i codici di autoregolamentazione, al fine di garantire comunque la libertà degli scienziati, nel timore che la prospettazione di una legislazione proibitiva possa ostacolare (in modo oscurantistico) il progresso.

Ma, a ben vedere, la strategia contro il bioterrorismo che proibisca la ricerca per scopi biooffensivi e che consenta la ricerca a scopi biodifensivi suscita una serie di considerazioni bioeticamente ineludibili. Per quanto la ricerca scientifica ci possa aiutare a conoscere e disporre di bioarmi controffensive, la bio-sicurezza che la tecnoscienza ci offre si rivela essere un mero rimedio precario, che elude la inquietudine esistenziale, non offrendoci una reale e definitiva rassicurazione. Innanzitutto perché la messa in atto di strategie di biodifesa costringe i paesi a non distruggere tutte le armi possedute, semmai, al contrario, a produrre e a possedere (seppur in una determinata quantità, oltretutto difficilmente determinabile) armi biologiche: e il solo possesso di tali bioarmi costituisce un elemento di pericolosità, per la possibile contaminazione di chi si occupa della ricerca nei biolaboratori, per la possibile fuoriuscita accidentale di sostanze tossiche che potrebbero danneggiare la popolazione civile e l’ambiente, oltre che per la possibile accessibilità da parte di organizzazioni criminali e terroristiche. Inoltre perché le strategie di difesa sono estremamente complesse ed inevitabilmente stimolano la ricerca a proseguire, accrescendone la potenziale ambivalenza: non si tratta solo di neutralizzare microrganismi nocivi noti (rendendoli inoffensivi), ma anche di modificare microrganismi esistenti per aumentarne la capacità di resistenza. Il progredire della ricerca in tal senso (giustificato da ragioni eticamente condivisibili, di biodifesa) funge però anche da stimolo a produrre germi antagonisti “super resistenti” in grado di controllare i processi di resistenza, evitarli e superarli o anche combinando microrganismi “superpatogeni” per ottenere una sinergia di azioni, al fine di incrementarne la aggressività e il potenziale devastante, infettivo e letale. Si apre a questo punto una circolarità tecnoscientifica che, mediante un meccanismo di spinte e controspinte (difesa/offesa, protezione/aggressione), rischia di incrementare il bio-rischio.

E’ evidente che la difesa debba essere, bioeticamente, promossa: nonostante si tratti anche solo di una minaccia probabile, indeterminata ed incerta, è indispensabile ed urgente pianificare programmi sanitari e concordare preventivamente procedure per la gestione dell’emergenza al fine di ridurre l’impatto e minimizzare le conseguenze degli atti bioterroristici al fine di proteggere la salute pubblica (e dell’ambiente in generale). E’ indispensabile che la ricerca trovi rimedi efficaci (anche osservando i requisiti etici della sperimentazione, in particolare la trasparenza e il consenso informato) anche grazie ai recenti sviluppi della genetica e della biologia molecolare, per prevenire contagi e contaminazioni, proteggere, curare e guarire le vittime degli attacchi, potenziando la ricerca in ambito diagnostico (cercando test che in tempi sempre più rapidi siano in grado di rilevare la presenza di patologie, per bloccarne la diffusione), in ambito preventivo (con la scoperta di vaccini, somministrabili agevolmente sul maggior numero di individui), in ambito terapeutico (con la scoperta di farmaci efficaci alla cura), garantendo l’informazione e la comunicazione. Non solo: bisognerebbe potenziare la biodifesa assicurando una equa distribuzione dell’organizzazione del programma, rispettando la giustizia sociale, pubblica e sanitaria ed evitando il rischio che i paesi più poveri possano essere penalizzati.

Ma per quanto cerchiamo di biodifenderci, gli strumenti difensivi sempre più sofisticati, offrono al tempo stesso all’uomo nuovi mezzi offensivi e distruttivi che aumentano il bio-rischio che si intendeva, inizialmente, controllare. Con la copertura della ricerca difensiva si può praticare la ricerca offensiva: offesa e difesa sono inestricabilmente connesse almeno in alcune fasi del lavoro. Il confine tra biodifesa e biooffesa diviene sempre più sottile e labile, affidato alle “buone intenzioni” e alla “coscienza etica” del ricercatore e dello scienziato, data la facile elusività dalla sorveglianza pubblica (essendo difficile distinguere empiricamente i laboratori di ricerca di biodifesa da quelli che producono aggressivi biologici o chimici, essendo le materie prime per produrre sostanze innocue le stesse usate per produrre sostanze nocive).

 

3. Conclusione

L’inefficacia delle strategie messe in atto (la stesura e ratifica di convenzioni internazionali per la proibizione della biooffesa e la predisposizione di strumenti di biodifesa) costringono a non considerare la riflessione bioeticamente conclusa. Il forte impatto del terrorismo biologico suscita un sentimento che è stato definito di “panico morale”: un sentimento profondo, estremamente ambivalente, che disgrega e aggrega, divide e unisce al tempo stesso. Ci divide perché suscita diffidenza, estraneità, incomunicabilità, potenziale conflittualità ed inimicizia; ma al tempo stesso ci accumuna, in quanto ci spinge verso la presa di coscienza della nostra vulnerabilità (intrinseca alla condizione umana) e la consapevolezza che l’unica autentica via di uscita dal bioterrore, al di là della predisposizione di provvisorie e pragmatiche misure di controllo, non è l’appello alla libertà individuale, ma la possibilità ontologica di riconoscere la comune natura umana, la possibilità di ricostituire un vincolo morale di universale appartenenza.

Proprio di fronte alle nuove sfide bioterroristiche, si riscopre la necessità di tornare a riflettere sulla ricerca di nuovi equilibri tra libertà individuale e bene comune: si avverte la necessità di superare la spinta individualistica ed autonomistica e di ritrovare nel legame fondamentale di fratellanza tra gli esseri umani il significato autentico della solidarietà, del conforto e della cooperazione. Proprio la riflessione bioetica ci richiama a riflettere, di fronte alle nuove provocazioni della tecnoscienza, sulla valenza epistemologica dei diritti umani e della dignità umana, quale limite oggettivo all’arbitrio e alla volontà di potenza.

 

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Sugerimos el siguiente modo de citar, que contiene los datos editoriales necesarios para la atribución de la obra a sus autores y su consulta, tal y como se encontraba en la red en el momento en que fue consultada:

Palazzani, Laura, BIOTERRORISMO  E  BIOETICA,  en García, José Juan (director):  Enciclopedia  de  Bioética, URL: http://enciclopediadebioetica.com/index.php/77-voces/106-bioterrorismo-e-bioetica

 

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