INIZIO-VITA: FONDAMENTI PER UN APPROCCIO ETICO

Autor: Carlo V Bellieni



ÍNDICE

  1. Parte prima: l’avversione all’alba e al tramonto
  2. Parte seconda: La sacralizzazione del mezzogiorno e della mezzanotte
  3. Parte terza: La gestazione della gestante, ovvero la madre in embrione
  4. Concluzione

 

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  1. Parte prima: l’avversione all’alba e al tramonto

Perché l’alba della vita è così importante per la bioetica? “c’è in quello che nasce una grazia che non torna, che non torna mai più” scriveva Péguyi e simboleggiava un fatto: il sorgere di un evento lo segnerà per sempre e segnerà per sempre – il come sorge – l’ambiente che lo accoglie. Può essere l’esordio di una carriera politica, la nascita di un albero, l’alba di una giornata, un figlio. “Peccato che l’alba accada così presto” scriveva Campanileii, “perché non c’è nessuno a vederla”: l’alba porta dei colori, una freschezza, una carica che non a caso la chiesa ha preso in prestito per richiamare il concetto di speranza. “Nel primo chiarore del giorno, vestite di luce e silenzio, le cose si destan dal buio com’era al principio del mondo”. L’alba è ciò che anticipa il giorno, essendone una parte, non una sentinella estranea: l’alba è il giorno in nuce, in embrione. Fa bene alla salute salutare l’alba, come “le sentinelle l’aurora”. Esistevano cinque nomi per significare quel tratto del giorno: aurora, alba, mattino, a significare quanto il popolo vedeva in quell’evento: infatti, i fatti più specifici dell’umano hanno per caratteristica di essere descritti da più nomi: si pensi all’uva, in cui si descrivono i vitigni, i raspini, i grappoli, le pergole, i filari, le vigne; si pensi ai nomi dei vini; si pensi al pane, dove i tipi di pane sono mille così come i tipi di formaggio. Questo non avviene con cose meno importanti; per le popolazioni esquimesi ci sono oltre dieci nomi per chiamare la neve, cosa impensabile da noi, perché là la neve è seriamente importante e dunque descritta e conosciuta nei dettagli. Dunque l’alba, il mattino erano fenomeni ben conosciuti e ora scomparsi dalla conoscenza umana nei popoli occidentali. 
L’alba era importante un tempo ora non più. Perché si preferisce andare “al sodo” si direbbe, cioè arrivare al centro dell’esistenza, potando via dallo spettro delle cose conosciute proprio l’alba e il tramonto. Così come se si accettasse solo ciò che è preconfezionato, già maturo e cotto, già all’apice. 
Da dove viene questo desiderio di potare gli estremi della vita, cioè gli estremi incompleti? C’è in occidente l’evidente sacralizzazione della vita consumante, quella che può spendere, che sa spendere e ha disponibilità economiche integrate e integrabili con il sistema del capitale. E il sistema del capitale valorizza questa fase della vita, in cui integrare chi riesce ad essere integrato, lasciando fuori le due zone fragili e incomplete perché deve essere possibile esercitare in esse una selezione. 
Invece l’alba è ciò che dà l’imprinting al resto della vita; ma negandolo, trascurandola, tutta la vita diventa più fragile e più manipolabile dal capitale; paradossalmente è proprio la parte più fragile della vita la base su cui si fonda la parte più solida, mostrando il paradosso: che la parte più fragile è la più solida, cioè la più importante;  e viceversa. 
L’imprinting è ben descritto dalla scienza, ma quello che si pensava iniziare alla nascita, ora si sa iniziare anche prima della nascita. Bowlby fu lo psicologo che iniziò gli studi sull’attaccamento madre-figlio, insieme a Konrad Lorenziii che studiava come i pulcini alla nascita si attaccavano affettivamente alla madre, e come se invece della madre si trovavano davanti lo sperimentatore, lo sostituivano alla madre e lo seguivano nell’acqua. Oggi sappiamo che l’imprinting non è solo un fenomeno psicologico, ma ha solide basi genetiche: le prime esperienze resteranno impresse nella vita, perché in modo ora noto restano impresse nel DNA: si chiama epigenetica, ed è il modo in cui l’ambiente interagisce col genoma, cioè fa esprimere il DNA in modo conseguente agli stimoli che dal fuori gli arrivano; senza le stimolazioni epigeneticheiv tutte le cellule del nostro corpo sarebbero uguali tra loro perché hanno tutte lo stesso DNA, eppure sono diverse; i gemelli identici sono uguali per DNA, ma sono diversi per espressione del DNA; ma c’è di più. Infatti più si va indietro fino ad arrivare all’embrione, più gli stimoli influiscono sulla espressione del suo DNA. Basti pensare che un feto che si sviluppa lentamente per scarsa alimentazione fa esprimere il suo DNA al punto di avere problemi cardiaci da grande; un neonato non coccolato dalla madre fa sviluppare il suo DNA in modo da produrre da grande meno ormoni anti-stress. Un embrione sottoposto a stimoli ambientali diversi da quelli dell’ambiente oscuro e caldo della madre può risentirne con la comparsa di quelle che si chiamano malattie dell’imprinting genomico e che sono più frequenti nei bambini nati da fecondazione in vitro che nel resto della popolazione. Così come un ambiente sereno prenatale porterà una crescita migliore nel feto e da grande, un ambiente infantile positivo sarà la base concreta per una crescita sana del bambino. 
Tutto questo ci porta all’importanza dell’ecologia della gravidanza e dell’infanzia, che non è solo un problema di prevenire i danni che l’inquinamento e lo stress faranno negli adulti, ma di prevenire quel particolare danno in più che provoca nell’essere in sviluppo ogni stimolo avverso. Nell’ecologia della gravidanza bisogna tener conto del programma UNICEF “i 1000 giorni d’orov” che contempla l’importanza dei primi giorni della vita, ma non come si penserebbe, quelli dopo la nascita, ma proprio i primi 1000 giorni dal concepimento in poi, dal concepimento al compimento dei due anni di vita. L’UNICEF si riferisce in particolare ai danni permanenti che arrivano all’essere concepito nei primi due anni dalla sotto-alimentazione, che può essere di due tipi: diretta, cioè quando può mangiare ma non ha cibo, e indiretta, cioè quando è la madre in cui lui/lei vive che non ha da mangiare e dunque non può nutrirlo. 
L’ecologia della gravidanza allora si sviluppa su quattro direttrici: quella alimentare (l’importanza del nutrimento), quella chimica/fisica (i danni da inquinamento propriamente detto), quella psicologica (i danni da stress pre e post-natali). Gli inquinanti come abbiamo detto hanno un effetto devastante quanto minore è l’età del concepito: da malformazioni a danni psichiatrici che si manifesteranno a distanza di anni e che addirittura potranno essere ereditati. 
Non si deve confondere l’avversione alla vita con l’avversione all’alba. La prima è un fenomeno moralmente grave ma numericamente contenuto se non in persone malvagie; la seconda è una patologia diffusa. 
E’ importante sottolineare questa differenza, perché altrimenti si rischia di pensare che chi fa scelte sbagliate lo fa per cattiveria, mentre molto spesso lo a per qualcosa di ancor meno notevole della cattiveria; intendiamoci, la cattiveria è un male in sé, ma ancor peggio è l’ignavia e peggio ancora è l’imprinting utilitaristico che assumiamo senza rendercene conto dalla società che respiriamo. Nessuno fa scelte cattive per cattiveria, quando si parla di attentati alla vita che escano dalla sfera della delinquenza, ma si fanno scelte cattive per ignoranza, solitudine o ignavia appunto, il che non significa che “tutto è colpa della società”, perché l’ignavia o la presunzione di autonomia assoluta morale sono errori gravi personali, ma vivere nel clima tossico moralmente che ci circonda porta a facilitare le scelte cattive. 
Quindi il passo da ricercare è come portar fuori uomini e donne da questo cima, piuttosto che cercare strategie legali, leggi e leggine per arginare un fenomeno quando è troppo tardi. Le leggi fanno cultura, certo, e servono leggi buone, ma guai a pensare che avendo anche la migliore delle leggi si sia con la coscienza a posto: il problema è culturale e abbandonando la cultura si lascia campo libero alle erbacce della disinformazione e dell’invito alla solitaria autodeterminazione.
Un ultimo passo: abbiamo detto che l’avversione all’alba non è avversione alla vita in sé, ma qualcosa di più. Abbiamo anche visto che l’avversione all’alba dipende dall’avversione a quello che non si sa gestire, al precario, in favore invece del concreto, dello stabile.
Su questo fatto si deve riflettere.
In primo luogo questo dipende dall’incapacità di elaborare il lutto, il distacco dalla vita precedente – quella infantile- a quella attuale adulta. Infatti il lutto significa pianto e l’età adulta è segnata dall’assenza di pianto; non sa allora fare i conti con i periodi della vita in cui si piange per incapacità di frenare le lacrime, cioè l’alba e il tramonto. 
Secondo punto: avendo tagliato i ponti con la prima vita, di questa ci si vergogna, ci fa un po’ paura proprio come periodo misterioso e la paura normalmente scaturisce non da quello che realmente è, ma da quello che elaboriamo noi attraverso i nostri pregiudizi e paure; per questo l’alba della vita genera ansia e paura che a loro volta portano ad iperprotezione; ma mentre in condizioni serene tutto ciò è gestibile in un periodo di persone isolate e sole, l’iperprotezione genera stress e genera rifiuto. Tanto che vari filosofi hanno buon gioco a sostenere che i bambini non sono persone, cosa che in un clima sereno cadrebbe nel ridicolo, ma ne società delle solitudini è accolta irrazionalmente come base per poter rifiutare il figlio, permettendo leggi o attenuanti di infanticidio o abbandono.
Terzo punto. Però l’alba della vita genera anche speranza quando se ne fa memoria. Per questo la visione di un bambino o di un feto è ambivalente: genera repulsione per la fragilità, ma genera anche commozione per l’anelito ad un’era felice, ad una promessa sottile che porta avanti la vita. Per questo Péguy scrive delle pagine eterne sulla piccola speranza:
Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell'anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

  1. Parte seconda: La sacralizzazione del mezzogiorno e della mezzanotte

Cosa attende chi si affaccia all’alba della vita? In primo luogo un mondo non fatto a misura di bambino, come abbiamo visto, ma fatto a misura di chi sa farsi valere. Questo è il primo passaggio: la bellezza di quest’alba si scontra con un mondo che sa solo vivere o nel mezzogiorno o nella mezzanotte, nel massimo della pretesa di felicità o nel massimo della corruzione. 
Per questo non riesce a vedere l’alba o il tramonto. 
Vivere nel pieno mezzogiorno significa vivere una vita in cui esiste un obbligo ad essere felici, ad interpretare la parte delle persone felici: una felicità artificiale e forzata ma che ci è richiesta per essere ammessi nel  sociale. 
Vivere nella mezzanotte significa vivere delle mezze vite, in cui il fine è il successo e il successo altro non è che avere beni posizionali da vantare sull’altro, che paragonarsi e superare. Invece vivere l’alba e vivere il tramonto significano vivere il presente. 
E vivere il presente è la cosa più difficile per un adulto sempre teso al rimpianto o a ricercare nuove soddisfazioni, ma non lo è per un bambino. 
Per questo il bambino è il grande estraneo e il grande clandestino; figuriamoci poi se ancora non è nato.
Ma il mondo di un bambino è pieno di sensazioni e di novità sin dal ventre materno: assapora le cose e le ricorda dopo la nascita, tanto da formare prima di nascere i suoi gusti alimentari; sente le voci  prima di nascere e poi riconoscerà quelle familiari dopo nato. Sente il dolore: il bambino sin da prima di nascere sente il dolore se gli viene provocato, e anche dopo nato lo sente in maniera maggiore di quanto lo senta un soggetto più grande che ha mezzi per bloccarlo autonomamente. 
Ma il bambino non viene nemmeno riconosciuto come persona, non solo prima di nascere ma anche dopo nato, tanto che è frequente veder sospendere le cure ai piccoli non solo in seguito ad una prognosi infausta fatta con accurate diagnosi, ma anche in base ad una presunzione di essa o ad un ragionamento statistico, cosa che non avverrebbe per un bambino più grande e capace di parlare. 
Perché il bambino è il grande estraneo. 
Addirittura la prevenzione agli infortuni è tarata su soggetti adulti; la prevenzione agli inquinanti è tarata su soggetti adulti; la prevenzione ai rumori fastidiosi è tarata su soggetti adulti. Persino in campo medico si devono usare per i piccoli medicine studiate solo sugli adulti, e che non si sa bene che effetti avranno nell’organismo in sviluppo e pieno di cellule germinali di un bambino piccolo. 
Ecco allora che si tratta il bambino come un piccolo adulto, ma non si dovrebbe: tutto dovrebbe essere studiato a sua misura. Basti pensare alla necessità del bambino di stare con la mamma e il papà, mentre gli ospedali spesso non lo permettono; mentre sin dall’infanzia si crede cosa indolore distaccarlo dai genitori negli asili-nido, strumenti fatti a misura di una società commerciale, ma non di un bambino che vede sparire e voltargli la schiena mamma e papà senza motivo apparente per lui. 
Ma anche la scuola è fatta a misura di grandi e non di bambini, basti pensa agli orari che impongono al minore di svegliarsi nel momento in cui dovrebbe dormire fisiologicamente, dato che per i piccoli è normale addormentarsi tardi e svegliarsi tardi; basti pensare alla costrizione di minori al chiuso per lunga parte dell’anno, ad imparare cose e materie indifferentemente dalle proprie inclinazioni e capacità mentali, con conseguenti umiliazioni da un lato e - per i più portati  - un apprendimento troppo lento.
I bambini non sono più padroni delle strade, delle piazze; non vedono crescere fratelli o cugini (sono tutti figli unici); e sanno che per nascere sono passati al vaglio di una diagnosi prenatale che ne ha verificato l’idoneità alla nascita, come spiega lo psichiatra Benoit Baylevi. 
Insomma, non ci si può stupire se la vita umana è incomprensibile al mondo d’oggi quanto più giovane e indifesa è questa vita, e se gli stati non fanno leggi a misura di bambino ma solo di adulto.

  1. Parte terza: La gestazione della gestante, ovvero la madre in embrione

Nell’etica di inizio vita troppo spesso manca un attore, senza il quale non si capisce nulla; è come un tavolino a tre piedi senza una zampa: non sta in piedi. Abbiamo visto in primo luogo l’etica dell’ambiente di inizio vita, poi l‘etica del concepito. Ecco allora che si vede un punto cieco che va riempito: è l’etica della maternità. 
E l’errore più grosso, lo dico subito, è pensare come troppo spesso accade, che ci sia una contrapposizione tra diritti, tra personaggi buoni e personaggi cattivi, tra innocente e carnefice, perché se fosse così… sarebbe un film Disney. 
La prima cosa che notiamo è che la gravidanza si è spostata per età media e numero di figli, tanto da diventare quella che chiamo una goccia di miele: sotto la forza della gravità si allunga (distanza tra le generazioni) e assottiglia (figlio unico di stato), ma alla fine cade, si spezza. Oggi i trent’anni sono diventati i nuovi ventivii e i quaranta sono i nuovi trenta, con la conseguenza che c’è un buco: non esiste più l’età matura, sostituita da un prolungarsi indefinito della giovinezza artificiale che sfocia subito nella senilità (che nessuno accetta o riconosce). Così mentre un tempo le generazioni erano 4-5 ogni cento anni, oggi sono 2 o al massimo tre, portando alla perdita di ricambio generazionale, ad un popolo di vecchi e alla scomparsa dei bambini. 
Questo non avviene per libera scelta, ma per obbligo sociale, e questo è davvero grave, anche perché il lavaggio del cervello fatto dai massmedia lo fa passare come normale, e come anormale chi fa scelte diverse. 
Questo porta a un’epidemia di sterilità nei paesi occidentali, perché dopo una certa età i figli non vengono e a un diffondersi di pratiche mediche antisterilità o di fecondazione in vitro, con una serie di rischi fisici e psicologici per la donna, ben illustrati da vari testi, non ultimo quello della giornalista francese Fanny Cohenviii: “Un figlio ma non ad ogni costo”. 
In questo clima si sa tutto su come non aver figli ma non si sa niente su come farli e questo è un paradosso nocivo, perché quando si censura qualcosa vuol dire che c’è qualcosa da nascondere: nell’epoca della sessuofobia si nascondeva il sesso, oggi si nasconde la gravidanza; ancor peggio si usa la gravidanza come status symbol da esibire come segnale di raggiunto benessere economico o almeno di tranquillità sociale. 
Ultima nota, la mancanza di educazione al sesso, una volta osteggiata da timori infondati verso gli stimoli della gioventù, ma oggi osteggiata dal mercato e dall’impianto consumista della società, che fa di tutto per sfruttare economicamente l’esuberanza giovanile, tenendo lontano dalla testa dei giovani qualunque idea di creare un impianto stabile di presa di responsabilità, simboleggiata in altri tempi dal fare famiglia. 
In tutto questo arrancano uomini e donne che si trovano con un carico sociale di obbligo al consumo e al tempo stesso col carico sociale di obbligo a manifestarsi fecondi e con capacità genitoriali: ma i due carichi cozzano e soprattutto le donne fanno fatica. 
Dunque accanto all’embrione che si va formando e di cui abbiamo già parlato, c’è un’altra gestazione che interessa l’inizio vita, senza la quale questo scontro tra carichi diventa insostenibile, quella della madre in embrione. 
E’ un concetto che deve essere chiaro per la bioetica, troppo spesso pronta a caricare le colpe sulla singola donna: esiste un impianto sociale che altera l’impianto mentale di uomini e donne e insedia un egocentrismo basato sul mercato al posto di un sano senso di solidarietà sociale e di impegno verso i congiunti. 
Questo impianto sociale blocca l’apprendimento dell’abc della maternità e rende impauriti i giovani di fronte all’idea di famiglia e i giovani di fronte a quella di un figlio. Paura e carichi sociali: si capisce come può reagire una donna impaurita all’arrivo di un figlio. 
Benoit Bayle ben spiega questo processo. “Gravidanza: guida per sfatare i miti”. Questo potrebbe essere il sottotitolo dell’opera appena uscita intitolata “Psichiatria e psicopatologia perinatali”ix (Ed Dunod, Parigi), dello psichiatra Benoit Bayle. L’opera intensa e documentata ci accompagna nei meandri del periodo più indescrivibile del vissuto femminile, dove convivono conflitti e scoperte, dove la donna vive una “situazione fuori dal comune: sentirsi al contempo se stessa e qualcun altro”, dove “le donne presentano uno stato di ansia tale da sembrare patologico”, mentre invece sanno adattarsi perfettamente al nuovo ruolo.  Insomma, la gravidanza è un tempo di scoperte. 
“Le donne tendono ad amarsi di più durante la gravidanza”, scrive Bayle, ma al tempo stesso sorgono conflitti: “La donna anticipa il modo in cui sarà madre identificandosi o differenziandosi dalla sua mamma, e al tempo stesso immaginando la relazione che l’unirà al figlio”, relazione che potrà essere di prevedere che “non sarà iperprotettiva come sua madre fu con lei”, oppure può essere una relazione di scarso investimento emotivo, per paura, per un’ansia trans-generazionale. 
E in questo esplodere di contraddizioni la donna può trovare in sé un sentimento ambivalente verso il figlio concepito. 
Tuttavia nei dibattiti da salotto e in quelli televisivi si considera sempre “la gravidanza” come un fatto oggettivo, di decisioni ponderate e serene come in un periodo pari ad altri, mentre ha una dinamica soggettiva fortissima. Purtroppo ignorando questo paradosso, si creano e si scrivono leggi e indicazioni etiche sulla maternità.
Tutto il libro è invece un percorso ad aprire gli occhi sui tratti di questo periodo ambivalente. Spiegandone bene il fulcro interpretativo: compare in grembo alla madre un nuovo attore, il figlio; e mentre l’embrione si va sviluppando, avviene anche un’altra metamorfosi, sempre dalle tinte forti: la creazione di una mamma. Ma come avviene? 
Intanto la donna per prima capisce e sperimenta che ha in sé un soggetto nuovo, che Benoit Bayle così descrive: “Dal concepimento l’essere umano è un esser concepito da un uomo e una donna, in un certo momento e luogo; questa identità concezionale conferisce una soggettività all’essere in gestazione”. 
E la donna sperimenta empiricamente quello che la scienza ci fa vedere con accurati studi: i tratti di questo essere in gestazione, che dal concepimento ha già un’appartenenza ad un sesso e in cui avviene non solo uno sviluppo fisico, ma anche – da circa la metà della gravidanza – uno sviluppo sensoriale: sentire suoni, odori, movimenti, di cui porterà memoria anche dopo la nascita. A questo tema l’autore dedica un capitolo a parte, per mostrare come la coppia madre-figlio sia così legata nei nove mesi che gli stress materni  ma anche la serenità materna arrivano ad essere percepiti dal nascituro, che ciò che la madre mangia inizierà a formare i futuri gusti alimentari del figlio, che la voce materna sarà recepita sfocata ma riconoscibile dal nascituro. 
Entrambi i versanti di questo evento che stravolge le regole vanno considerati: la cura della donna e quella della psicologia del nascituro che una gravidanza stressata potrà mettere a rischio e che per questo dovrà essere seguito con un po’ più d’attenzione dopo il parto. Bayle si preoccupa del figlio che cercherà di conoscere le sue origini in caso di donazione anonima di sperma, così come del rischio di una sindrome psicologica “del sopravvissuto” quando venisse a sapere che altri embrioni concepiti con lui sono stati sacrificati per farlo venire alla luce. 
Ma le contraddizioni continuano: “Il rapporto femminile con il figlio si manifesta interiorizzandolo: percependo il feto nel proprio ventre, la donna percepisce in sé un altro essere. Mentre l’uomo dovrà accontentarsi di conoscerne solo l’esteriorità. Questa dissimmetria nel nostro rapporto con l’altro è consustanziale alla differenza dei sessi e marca l’esercizio della genitorialità”. Questo dovrebbe far riflettere molto sull’importanza di avere una coppia non monosessuale di genitori.

  1. Concluzione

E si dovrebbe riflettere sul sostegno da dare alla gravidanza, invece di pensare solo a risolvere le questioni etiche difficili per legge, dando regole che andrebbero bene in un’altra fase della vita, ma non qui: la gravidanza può avere intoppi, può essere negata, sottovalutata, rifiutata, o rimandata all’infinito per paura, può essere piena d’ansia, di sottaciuti, di paure. 
E’ sbagliato pensare, come ben spiega Claire Howorth sulla rivista TIME del 30 ottobrex, che la gravidanza debba esser sempre e comunque rose e fiori, perché così non è, perché la donna può sentirsi inadeguata e spesso perché la donna resta sola familiarmente e non sostenuta economicamente e socialmente. 
Si tratta allora di intraprendere un cammino sul versante sociale, perché si capisca una volta per tutte che per la donna la gravidanza è uno stato di delicata forza e di forte fragilità: un periodo che richiede rispetto ma anche aiuto, che le donne sanno offrirsi tra loro se non fosse che ormai donne e uomini sono costantemente soli. 
Un periodo infine in cui il figlio ha una sua qualificazione soggettiva e non è un”progetto” una volta concepito. 
Accanto al concetto di gestazione di un essere vivente - ormai è riconosciuto dalla comunità scientifica -, occorre inserire un concetto nuovo di “gestazione della gestante” cioè di cura, rispetto e supporto della donna – soprattutto da parte di altre donne - che inizia ad essere madre ma che lo diventa a poco a poco, con giorni belli e giorni brutti. 
Il dramma inizia quando la mamma in gestazione si sente sola; e il dramma si accentua quando incontra chi nega quello che lei già percepisce, cioè la natura del nascituro, così come quando incontra chi  pensa che basti dare buoni consigli perché tutto si risolva.