MORTE E ACCERTAMENTO DELLA MORTE

 

INDICE
Introduzione
1. Che cosa è la morte umana?
2. Che cosa è un vivente?
3. Morte dell'organismo e funzioni cerebrali
4. Problemi intorno alla morte cerebrale
5. Ambito di competenza della Teologia e del Magistero
6. Accettabilità antropologica della morte cerebrale
Concluzioni
BIBLIOGRAFIA
NOTE

 

 

Introduzione

Sullo sfondo delle sue persuasioni filosofiche e delle sue credenze religiose, l'uomo si è sempre interrogato su che cosa sia esattamente la morte, sul modo di riconoscerla e di accertarla, sul rapporto che intercorre fra la morte del corpo e la morte della persona.

I progressi biomedici, soprattutto nel campo della rianimazione, nonché le problematiche connesse con i trapianti d'organo, hanno reso queste domande di sempre ancora più urgenti, ed hanno obbligato non solo i medici, ma anche i filosofi, i teologi, i legislatori ad affrontare con nuove prospettive un tema delicato ed elusivo, nel quale si intrecciano saperi diversi.

1. Che cosa è la morte umana?

La morte è vissuta dall'uomo come un evento violento e drammatico. Nonostante gli inviti di molti filosofi, da Agostino ad Heidegger, ad accogliere con saggezza la morte come espressione estrema della intrinseca finitezza dell'uomo, noi spontaneamente percepiamo la morte come un limite estrinseco alla nostra esistenza personale, come un male che investe dall'esterno la persona, come un venir meno dell'integrità della persona o, forse, la sua totale distruzione[1]. La morte è immaginata come l'esperienza di essere privati della vita terrena e di essere strappati via dal mondo delle relazioni. Di questo evento nullificante è segno inequivocabile l'irreversibile degrado cui vanno incontro le strutture somatiche nelle quali e attraverso le quali si svolgeva l'esistenza personale.

La morte umana è collegata con l'idea di decomposizione e di corruzione del corpo. In un'ottica materialista e riduzionista la dissoluzione dell'unità corporea coincide con la fine della persona. In questo senso Epicuro scriveva nella Lettera a Meneceo che "quando noi ci siamo, la morte non c'è e quando c'è la morte non ci siamo più noi"[2]. In una visione antropologica che affermi una irriducibile complessità dell'essere umano – come l'antropologia cristiana – la morte viene descritta tradizionalmente come una separazione o diastasi dell'elemento corporeo e dell'elemento spirituale, con sopravvivenza del solo elemento spirituale, l'anima[3].

La morte - ha detto Giovanni Paolo II parlando alla Pontificia Accademia delle Scienze - "sopravviene quando il principio spirituale che presiede all'unità dell'individuo non può più esercitare le sue funzioni sull'organismo e nell'organismo i cui elementi, lasciati a se stessi si dissociano. Certo questa distruzione non colpisce l'essere umano intero. La fede cristiana - e non solo essa - afferma la persistenza, oltre la morte, del principio spirituale dell'uomo"[4].

Come non è immediatamente dimostrabile con osservazioni empiriche il momento dell'animazione dell'embrione, così il momento della rottura dell'unità personale e della secessio dell'anima non è empiricamente e direttamente percepibile, collocandosi a un livello che non è accessibile ai sensi e agli strumenti di laboratorio. Afferma Giovanni Paolo II in un importante e controverso discorso sui trapianti:

Esiste una sola "morte della persona", consistente nella totale dis-integrazione di quel complesso unitario ed integrato che la persona in se stessa è, come conseguenza della separazione del principio vitale, o anima, della persona dalla sua corporeità. la morte della persona, intesa in questo senso radicale, è un evento che non può essere direttamente individuato da nessuna tecnica scientifica o metodica empirica[5].

Per i cristiani e non solo per essi, la morte umana è la semplice disgregazione dell'organismo. Essendo l'uomo una realtà pluristratificata che non può essere ridotta alle strutture somatiche, il degrado delle strutture somatiche non esaurisce la complessità della morte umana, così come la vita corporea non esaurisce la complessità della vita umana. Esiste, d'altra parte, una dimensione fisica della morte e compito della medicina è appunto dare una definizione biologica della morte e di individuare i segni che ne consentono l'accertamento nel modo più affidabile e scientificamente fondato.

I segni clinici della morte vanno considerati come epifenomeni dell'evento della morte umana, come insegna il Santo Padre:

L'esperienza umana insegna che l'avvenuta morte di un individuo produce inevitabilmente dei segni biologici, che si è imparato a riconoscere in maniera sempre più approfondita e dettagliata. I cosiddetti "criteri di accertamento della morte", che la medicina oggi utilizza, non sono pertanto da intendere come la percezione tecnico-scientifica del momento puntuale della morte della persona, ma come una modalità sicura, offerta dalla scienza, per rilevare i segni biologici della già avvenuta morte della persona[6].

Non è possibile, in altre parole, indicare segni clinici per accertare direttamente il momento in cui viene meno una presenza personale (morte della persona), ma è possibile stabilire con sufficiente sicurezza quando può dirsi morto l'organismo corporeo attraverso il quale la persona viveva la dimensione mondana e temporale della sua avventura esistenziale (morte dell'organismo). Lungi da introdurre una forma strisciante di riduzionismo materialista, la stretta relazione fra morte dell'organismo e morte della persona presuppone semplicemente che si dia una coestensività fra vita intramondana della persona e sussistenza dell'organismo.

Dovendo accertare l'avvenuta morte di un organismo, occorre, perciò, identificare quali indici empirici siano da ritenersi più significativi ed affidabili e nel corso della Storia si sono succedute, a ondate subentranti, varie fasi[7].

Per gli Antichi l'elemento essenziale della vita fisica era il respiro, per cui la morte dell'organismo veniva identificata con il venir meno della funzione respiratoria o, meglio, con il venir meno della ventilazione polmonare (criterio respiratorio). Non è un caso se il principio vitale sia stato spesso denominato con termini riferentesi al respiro fisico, trapassando dal piano del fisiologico a quello ontologico. La nefesh e la ruah degli Ebrei, la psychè e il pneuma dei Greci, I'anima e lo spiritus dei Latini sono parole tutte connesse con il respiro e il vento passate poi a indicare la dimensione umana eccedente la dimensione somatica.

Solo dopo gli studi di W. Harvey sulla circolazione, all'inizio del XVII secolo, si poté individuare la causa della cessazione della vita nel venir meno della funzione cardiocircolatoria e dal sec. XVIII si introdusse perciò, accanto al criterio respiratorio, la constatazione dell'arresto cardiaco come criterio di accertamento della morte (criterio cardio-circolatorio). La convinzione dei medici era che l'arresto irreversibile del cuore è il segno principe della morte dell'organismo ed esprimevano questa convinzione con il detto: "cor ultimum moriens".

Dalla fine degli anni'50 del XX secolo, le nuove tecniche di rianimazione e, soprattutto, la ventilazione assistita, ponevano ai medici e, di riflesso, ai moralisti domande inedite su pazienti che avevano danni irreversibili all'encefalo nei quali era possibile vicariare gli atti respiratori e sostenere la funzionalità del cuore. Lo stesso Papa Pio XII era rivolto nel 1957 ad un Congresso di Anestesisti dando alcune indicazioni prudenti onde evitare di trattare come cadaveri soggetti in cui la vita era ancora presente sia autonomamente sia sostenuta da mezzi rianimatori. Nel 1959, Mollaret e Goulon descrissero accuratamente la condizione di soggetti privi di ogni funzione cerebrale nei quali alcune funzioni vitali erano vicariate da interventi tecnologici. Questa condizione incerta fra vita e morte fu da loro denominata "coma depassé", "al di là del coma". Negli anni '60, la necessità di poter disporre di organi per i trapianti, all'inizio soprattutto reni e cuori, spinse ad una riformulazione dei criteri di accertamento della morte in modo tale che fossero applicabili ai soggetti in questa situazione.

Non è una coincidenza casuale se nel 1967 fu fatto il primo trapianti di cuore e nel 1968 un famoso studio dell'ad hoc Committee dell'Harvard Medical School identificava il cosiddetto coma irreversibile con uno stato di morte, come si legge sin dalla prima pagina del Rapporto: "Il nostro scopo primario è di definire il coma irreversibile come nuovo criterio di morte"[8]. Lo stato di coma irreversibile veniva identificato con la mancanza di recettività e di risposta all'ambiente e agli stimoli dolorosi, l'assenza di movimenti respiratori spontanei, l'assenza di riflessi troncoencefalici ed encefalogramma piatto: quando queste condizioni erano soddisfatte, si poteva dichiarare morto il paziente, in quanto erano la prova che il paziente era cerebralmente morto (brain death).

Nonostante alcune voci contrarie in campo medico e filosofico, i criteri neurologici di accertamento della morte furono accolti con crescente consenso nella comunità scientifica mondiale. Le Scuole, tuttavia, si dividevano sulla loro precisazione: l'orientamento maggioritario, quello centrato sulla nozione di morte cerebrale totale, fu definitivamente sanzionato nel 1981 da A Proposed Uniform of Death Act della President's Commission degli Stati Uniti[9]; nel Regno Unito si impose il criterio della morte del troncoencefalo; mentre alcuni medici e soprattutto alcuni filosofi caldeggiavano la nozione di morte corticale, rimasta una proposta teorica mai accolta, almeno finora, nella legislazione.

2. Che cosa è un vivente?

Per comprendere il senso dei criteri di accertamento della morte, vecchi e nuovi, dobbiamo, prima di tutto cercare di stabilire e definire che cosa è vita e che cosa è morte, intendendo la morte come la non-vita o meglio come la cessazione irreversibile della vita. "Definire" è sempre un porre "confini", in latino "fines", è cercare di circoscrivere un oggetto, è tentativo di tracciarne un profilo. Una definizione essenziale di vita e quella speculare di morte delineano l'orizzonte di comprensione presupposto dai criteri di morte ed elaborare una tale definizione è compito della riflessione filosofica sui dati biologici, la filosofia della vita.

Si rivela particolarmente utile – a nostro avviso – l'approfondimento della nozione di organismo vivente su cui la biologia e la filosofia contemporanee stanno offrendo interessanti apporti. Senza pretendere di entrare in un dibattito delicato e fine, mi pare di poter affermare che la caratteristica fondamentale di un organismo vivente sia quella di possedere una capacità autoregolativa[10]. Il vivente, quindi, non è caratterizzato da una somma di funzioni, ma dal presentare una unità funzionale autoregolata. La morte coincide, pertanto, con la perdita irreversibile di tale unità funzionale.

Per stabilire che un organismo vivente è morto non è necessario attendere la completa necrosi dell'organismo in ogni sua singola parte, così come nessuno aspetta che un cadavere umano vada in completa putrefazione per seppellirlo. La morte biologica totale è il punto d'arrivo di un processo evolutivo che colpisce gradualmente le cellule dei diversi tessuti e le relative strutture subcellulari sulla base della loro differente resistenza alla carenza di ossigeno, sino alla estinzione di ogni attività vitale, con il permanere dei soli fenomeni enzimatici colliquativi e putrefattivi. Con il passaggio dalla vita alla non-vita non si ha l'estinzione istantanea e globale dell'attività di tutte le cellule o della funzione di tutti gli organi e tessuti, ma la cessazione della vita dell'essere come organismo integrato.

Il Comitato Nazionale per la Bioetica italiano ha sintetizzato efficacemente quanto siamo venuto dicendo fino ad ora, affermando che "in pratica, può dirsi che la morte avviene quando l'organismo cessa di essere un tutto, mentre il processo del morire termina quando tutto l'organismo è giunto a completa necrosi"[11].

Di recente una applicazione molto interessante, anche se controversa, della nozione di vita e morte organismica è stata fatta nei confronti degli embrioni prodotti in vitro. Siano essi freschi oppure crioconservati e poi scongelati, è stato proposto di poter usare per sperimentazioni alcune delle cellule embrionali ancora viventi, una volta che si fosse accertata la non vitalità dell'embrione. Non potendosi applicare agli embrioni criteri di morte respiratori o cardiaci e tanto meno neurologici, si è cercato di sviluppare test che evidenzino indici certi di sopravvenuta fine della vita organismica, come l'arresto della divisione mitotica, le alterazioni cromosomiche e svariati indici metabolici. Il presupposto biologico è, ovviamente, che l'embrione sin dalle prime fasi del suo sviluppo sia una vita organismica, cioè autoregolata[12].

3. Morte dell'organismo e funzioni cerebrali

Una volta stabilito che la vita di un organismo può essere definita come autoregolazione e la morte come perdita della capacità autoregolativa, ci si può chiedere quali siano le strutture biologiche preposte a mantenere la unità funzionale.

In un organismo come quello umano, il compito di mantenere l'unità organizzativa è svolto nelle fasi embrionali dal genoma e dai vari sistemi di comunicazione intercellulare, cui subentra progressivamente l'encefalo (cervello, tronco e cervelletto) nonché – insieme con esso e in modo subordinato - il sistema immunitario e il sistema endocrino. Esiste una piena simmetria fra l'inizio della vita al concepimento, con la comparsa della capacità autooregolativa dello zigote, e la fine della vita, con la scomparsa delle medesima capacità, indipendentemente dalle strutture anatomo-fisiologiche preposte al mantenimento della struttura organismica.

La condizione di vita o di morte dipende quindi dall'integrità integrità strutturale e funzionale dell'organo cui è devoluto il mantenimento dello specifico livello organizzativo, cioé di quella struttura o strutture che fa dell'insieme delle strutture corporee un tutto organico. Nell'uomo quest'organo non è il cuore, ma l'encefalo[13].

Con il termine encefalo, si deve intendere l'insieme dei diversi segmenti del sistema nervoso centrale (SNC) e cioè il cervello, porzione del SNC contenuta nella parte sopratentoriale della scatola cranica e comprendente telencefalo (inclusi gli emisferi cerebrali) e il diencefalo (talamo e ipotalamo) e il troncoencefalo o tronco cerebrale, che si estende sino al forame occipitale, e comprende il mesencefalo, il ponte e il bulbo.

Questi due segmenti, detti dagli Autori anglosassoni upper e lower brain, hanno differenti funzioni: nel cervello risiedono quelle che vengono denominate le funzioni superiori, in particolare la coscienza; nel tronco cerebrale sono situati i centri di controllo di funzioni vegetative essenziali (centro respiratorio, centro pressorio ...) e di importanti riflessi (pupillare, faringeo ...) e strutture con la funzione di attivare tutto il cervello mantenendolo vigile (sostanza reticolare ascendente attivante).

Quando si può dimostrare che l'encefalo, incluso il tronco encefalico, ha perso totalmente e irreversibilmente le sue attività e funzioni, possiamo concludere che quel certo organismo ha cessato di esistere come organismo ed è avvenuto il passaggio dall'essere uomo-vivente alla morte. Come la constatazione dell'arresto cardiaco non era ritenuta indice della sola morte del cuore, ma dell'intero organismo, così la constatazione della necrosi dell'encefalo non significa la morte di un solo organo, per quanto nobile, ma la morte dell'organismo in toto. Quando si può dimostrare che l'encefalo, incluso il troncoencefalo, ha perso totalmente e irreversibilmente le sue funzioni integratrici possiamo inferirne che quell'organismo ha cessato di esistere come organismo ed è avvenuto il passaggio dall'essere uomo-vivente alla morte.

A ben guardare lo stesso concetto di morte cardiaca implica quello di morte dell'encefalo. Infatti l'ipossia che consegue all'arresto dell'azione cardiaca (infarto, fibrillazione) e quindi al venir meno del flusso ematico cerebrale, determina profonde alterazioni della membrana dei neuroni, con rapida comparsa di edema citotossico. Dopo 10-15 minuti le alterazioni diventano irreversibili e proseguono sino alla necrosi e autolisi di tutta la sostanza nervosa contenuta nella cavità cranica, dal vertice fino al forame occipitale.

Non esistono dunque diversi modi di morire o addirittura diversi livelli di morte, come le espressioni di uso corrente "morte cardiaca", "morte cerebrale" o il conturbante "morte clinica" potrebbero far pensare, ma diversi modi per accertare l'avvenuta morte dell'organismo. In ultima analisi la morte dell'organismo in quanto organismo dipende dalla necrosi delle strutture encefaliche, comunque essa sia stata provocata e comunque essa venga accertata.

Diventano allora del tutto comprensibili le conclusioni di un apposito Gruppo di lavoro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze nel 1989:

La constatazione della totale e irreversibile perdita di tutte le funzioni cerebrali (brain functions) è il vero criterio di accertamento della morte e tale criterio può essere stabilito in due modi: indirettamente, constatando la cessazione della circolazione e della respirazione, o direttamente, accertando la irreversibile perdita di tutte le funzioni encefaliche (morte cerebrale, brain death)[14].

Coerentemente con il criterio di morte encefalica, sono stati elaborati dai medici alcuni test clinici per accertarla. Questi test sono stati poi recepiti dalle legislazioni. Coerentemente con il criterio di morte encefalica, sono stati elaborati dai medici alcuni test clinici per accertarla.

Prendiamo ad esempio quanto è disposto dalla legge italiana che, in questo particolare ambito, è in sintonia in armonia con l'impostazione della morale cattolica. La legge italiana del 29 dicembre 1993, n. 578, Norme per l'accertamento e la certificazione di morte, accoglie il principio che un individuo deve essere ritenuto morto dal momento in cui viene accertata la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo, incluso il troncoencefalo[15]. Le concrete modalità diagnostiche con cui documentare l'irreversibile cessazione delle funzioni encefaliche sono specificate nel Decreto applicativo della legge del 14 aprile 1994 che possiamo così sintetizzare:

a. In caso di arresto cardiaco basta l'accertamento effettuato mediante elettrocardiogramma per almeno venti minuti. Dopo questo periodo possiamo infatti esser certi che l'anossia ha prodotto alterazioni irreversibili e totali a livello del sistema nervoso centrale.

b. Nei soggetti affetti da lesioni encefaliche e sottoposti a misure rianimatorie, la diagnosi certa di morte richiede il rilievo simultaneo e protratto per almeno 6 ore di alcuni specifici segni clinico-strumentali[16]:

- uno stato di coma non rispondente agli stimoli esogeni.

- ariflessia tendinea dei muscoli scheletrici innervati dai nervi cranici e quindi assenza dei riflessi troncoencefalici (fotomotore, corneale, oculocefalici e oculovestibolari, faringeo e tracheale).

- atonia muscolare.

- assenza di attività elettrica cerebrale attraverso la registrazione EEG.

- assenza di respirazione spontanea.

Ciò che suscita maggiori apprensioni nelle persone è che fra i diversi indici, non è prevista l'assenza del battito cardiaco e questo conduce a poter accertare lo stato di morte anche in presenza di battito cardiaco spontaneo. In soggetti che presentano distruzione totale dell'encefalo in seguito a ematomi, infarti e tumori sopra e sottotentoriali e alcune patologie metaboliche (es. intossicazione da farmaci), le moderne tecniche di rianimazione e di terapia intensiva (emodialisi, ventilazione meccanica, circolazione extracorporea) consentono di conservare artificialmente la funzione di numerosi organi e apparati e, soprattutto, di ossigenare il sangue così che il cuore continua a battere per un tempo più o meno lungo dopo il decesso[17]. Sono morti a cuore battente. Si mantengono così in condizioni ottimali organi molto sensibili all'ischemia, come reni, cuore, fegato, pancreas, in vista del trapianto. Una volta accertata la morte con i criteri neurologici possibile procedere al prelievo degli organi per trapiantarli in soggetti malati.

Come abbiamo cercato di mostrare, il criterio neurologico non presuppone necessariamente una antropologia e una idea di morte diverse rispetto all'antropologia e all'idea di morte presupposta dai criteri tradizionali. Esistono, tuttavia, molti problemi psicologici e culturali connessi con i prelievi da cadavere in dipendenza della difficoltà di accettare il criterio di morte cerebrale e delle procedure per il suo accertamento. I criteri neurologici conducono, infatti, a conclusioni controituitive su i segni della vita e della morte e hanno reso in qualche modo incerti alcuni confini che fanno parte integrante della nostra autocomprensione di esseri umani in quanto esseri corporei.

4. Problemi intorno alla morte cerebrale

Le critiche rivolte contro il criterio neurologico di morte sono molte e, dopo qualche decennio di quiete, sono riemerse con forza[18].

Fin dalla proposta della definizione di Harvard, fu sollevato il dubbio che il criterio neurologico di accertamento della morte fosse stato elaborato per ragioni pragmatiche legate sia all'assistenza da prestarsi a soggetti in condizioni neurologiche irreversibilmente deteriorate e avviati a morte certa e imminente, sia al bisogno di reperire organi per i trapianti. Il filosofo Hans Jonas, concludeva con parole sferzanti un suo scritto molto critico del 1970:

Noi non sappiamo con certezza dove sia linea che separa la vita dalla morte, e una definizione non può sostituire la conoscenza[19].

Secondo alcuni, la morte cerebrale non sarebbe una morte sovrapponibile alla morte tout court, e i cosiddetti segni della morte cerebrale sarebbero semplicemente segni che l'organismo ha varcato la soglia del non-ritorno, per cui non ha più senso continuare terapie e sarebbe lecito prelevare gli organi. La perdita di tutte le funzioni cerebrali potrebbe costituire uno spartiacque – essi sostengono - oltre il quale ogni sforzo di mantenere in vita il paziente potrebbe essere giudicato inutile dal punto di vista medico ed etico e sarebbe quindi lecito sospendere i mezzi di prolungamento della vita e, con il consenso previo del paziente, prelevare organi da destinare ai trapianti. Parlare di una "nuova definizione di morte" a proposito della morte cerebrale totale sarebbe, perciò, una pietosa ipocrisia che ha il duplice scopo di impedire l'accanimento terapeutico su pazienti ormai entrati irreversibilmete nel processo del morire e di giustificare il prelievo di organi da soggetti che, in effetti, non sono ancora "morti" in senso assoluto. Secondo il prof. Defanti, neurologo ed esponente della bioetica secolare, la Chiesa cattolica avrebbe accettato la nozione di morte cerebrale "per ragioni più tattiche che dottrinali"[20] per non dover ammettere, cioè, che si consente il prelievo di organi da soggetti ancora in vita e, quindi, in deroga al principio di intangibilità della vita umana innocente.

All'interno del mondo cattolico, la propensione mostrata dal Magistero a ritenere moralmente accettabile l'applicazione della criteriologia neurologica di morte è stata accolta con soddisfazione e ampio consenso, anche se ha provocato in alcuni apprensioni e critiche più o meno velate e rispettose[21].

In particolare, vengono segnalati casi nei quali i criteri neurologici usualmente impiegati per accertare lo stato di morte si sarebbero rivelati fallaci. Tuttavia, esperti neurologi, come il prof. Corrado Manni, hanno mostrato più volte l'inconsistenza delle interpretazioni portate e la scarsa documentazione dei casi stessi[22].

Facendo un bilancio del dibattito, ci pare che, ferma restando la validità in generale del criterio neurologico, alcune questioni biomediche devono essere meglio approfondite.

La prima è se possiamo affermare con sufficiente certezza che l'encefalo da solo, pur nella sua complessità, sia la struttura determinante per la capacità autoregolativa dell'organismo. Il rapporto e l'interazione tra la funzione integrativa encefalica e le funzioni integrative svolte dal sistema immunitario e dal sistema endocrino devono essere chiariti. Non sappiamo esattamente in che misura e per quanto tempo i sistemi integrativi inferiori possano garantire forme di unità funzionale dopo il venir meno dell'attività integrativa encefalica. Si dovrebbe trattare, comunque, di forme di integrazione regionali nel contesto di una struttura organismica irrimediabilmente disintegrata come sistema unitario.

In secondo luogo, anche ammettendo che sia l'encefalo la struttura chiave nel mantenere l'unità funzionale dell'organismo, alcune perplessità riguardano i test ordinariamente usati per poter stabilire la perdita irreversibile delle funzioni cerebrali. Ci si chiede quanto essi siano specifici e affidabili e se il loro rilievo contemporaneo e adeguatamente prolungato possa essere ritenuto davvero sufficiente e sicuro per inferire la perdita di tutte le funzioni encefaliche. A questo proposito ci sembrerebbe importante, per esempio, introdurre il rilievo obbligato della perdita della termoregolazione, attività organismica raffinata e complessa.

Ci si chiede, infine, quand'anche i test usati fossero sufficienti, se i margini di errore, siano essi intrinseci al metodo o siano essi dipendenti dalla facilità di un errore umano, non possano condurre troppo spesso alla tragica conseguenza di considerare cadavere un morituro.

In risposta al dibattito in ambito cattolico e alle critiche rivolte al Magistero per le sue aperture sulla morte cerebrale, nel 2006, la Pontificia Accademia delle Scienze ha promosso un gruppo di lavoro per fare il punto delle conoscenze: accanto a voci dissenzienti e a difficoltà oggettive su singoli aspetti, è emerso un accordo largamente maggioritario sulla fondatezza della nozione di morte cerebrale totale[23].

Un riesame della questione, alla luce delle polemiche insorte, è stato fatto dal President's Council on Bioethics nel documento Controversies in the Determination of Death del dicembre 2008. Questo "libro bianco" (white paper) parte dalla constatazione che "ci sono critici che hanno pubblicato la prova del permanere di attività corporee integrate in alcuni soggetti che rispondevano alla criteriologia della morte cerebrale totale e che hanno sostenuto che questa prova invalidava la logica su cui si basa l'attuale posizione di consenso. Queste sfide invitano – anzi, obbligano – ad un riesame dello standard neurologico canonizzato nel diritto e nella pratica medica" [24]. Il lavoro si conclude affermando che la posizione prevalente all'interno del Council era favorevole alla nozione di morte cerebrale e ai criteri standard per il suo accertamento anche se – osserva il documento - occorre trovare argomenti più validi e diversi rispetto a quelli classici per sostenere tale posizione. Un gruppo minoritario proponeva di tornare al criterio cardiorespiratorio e di ricorrere ai criteri neurologici solo per stabilire quando bisogna cessare la rianimazione in soggetti irreversibilmente avviati alla morte.

5. Ambito di competenza della Teologia e del Magistero

La risposta alle questioni sul tappeto deve venire dalla medicina perché si tratta di questioni di carattere squisitamente biomedico. Ci si chiede, perciò, quale possa essere l'apporto specifico dell'etica e quale sia l'ambito di competenza dell'etica, inclusa l'etica teologica, quando debba pronunciarsi su aspetti della realtà che esulano dalla sua prospettiva epistemologica, come quello dei criteri e dei test di accertamento della morte

Pio XII ha spesso ripetuto che la constatazione della morte nei singoli casi "non può dedursi a alcun principio religioso e morale e, sotto questo aspetto, non è di competenza della Chiesa"[25] e con precisione egli indirizzava ai medici la domanda cruciale su quella situazione clinica che, dopo qualche anno, sarà denominata "brain death":

La morte è già intervenuta dopo il grave trauma cranico che ha provocato l'incoscienza profonda e la paralisi respiratoria centrale, e le conseguenze immediatamente mortali si sono potute tuttavia ritardare per mezzo della respirazione artificiale? Oppure si produce, secondo l'opinione attuale dei medici, solo al momento dell'arresto definitivo della circolazione, verificatosi malgrado la respirazione artificiale prolungata?[26]

Sappiamo che oggi "l'opinione … dei medici" propende per ritenere vera, in casi determinati con una procedura rigorosa, la prima ipotesi, quella cioè che in certi casi la ventilazione artificiale semplicemente ritardi la comparsa dei segni di una morte già avvenuta.

Ancora di recente Giovanni Paolo II ribadiva che l'intervento della Chiesa è motivato dalla tutela della vita e della dignità umana e che il Magistero, senza intervenire in munere alieno, verifica semplicemente che una certa criteriologia non sia in contrasto con le opzioni irrinunciabili della antropologia cristiana:

Di fronte agli odierni parametri di accertamento della morte, - sia che ci si riferisca ai segni "encefalici", sia che si faccia ricorso ai più tradizionali segni cardio-respiratori -, la Chiesa non fa opzioni scientifiche, ma si limita ad esercitare la responsabilità evangelica di confrontare i dati offerti dalla scienza medica con una concezione unitaria della persona secondo la prospettiva cristiana, evidenziando assonanze ed eventuali contraddizioni, che potrebbero mettere a repentaglio il rispetto della dignità umana. In questa prospettiva, si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte sopra menzionato, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica, se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica[27].

Tocchiamo qui una questione epistemologica essenziale. Il nostro tema, come tanti altri in ambito bioetico, include tanti e tali presupposti biomedici che il filosofo e il teologo devono prenderne conoscenza prima di poter esprimere il loro punto di vista. D'altra parte – come osserva giustamente Karl Rahner - le scienze biomediche "sono costrette a lavorare (di solito in maniera non riflessa) partendo da un orizzonte di comprensione e da premesse date a priori, da principi semplicemente indispensabili se i loro risultati settoriali vogliono poi portare alla definizione di norme vincolanti il comportamento umano. Il filosofo perciò e, rappresentandolo e radicalizzandone la comprensione dell'esistenza, anche il teologo possono dichiararsi legittimamente competenti per tali premesse"[28].

6. Accettabilità antropologica della morte cerebrale

La definizione di morte umana presupposta dal criterio della morte encefalica non sembra contraddire nessun elemento qualificante della visione cristiana della persona[29]. In particolare - pur accogliendo la plausibilità di alcune riflessioni più critiche - non pare che una lettura corretta o – se si vuole – possibile di questo criterio implichi una antropologia dualista di tipo interazionista, cartesiana o neo cartesiana. A nostro avviso, anzi, il criterio della morte cerebrale totale è ben integrabile nell'orizzonte della tradizionale visione ilemorfica, a partire dalla nozione aristotelica di vita come "atto primo di un corpo naturale organizzato" e di "anima" come forma sostanziale degli esseri viventi[30]. La filosofia aristotelica permette di comprendere e giustificare razionalmente la nozione biologica di vita e di morte in quanto mantenimento e perdita irreversibile, rispettivamente, dell'unità funzionale di un oggetto naturale, e di spiegare in modo soddisfacente e non dualista il rapporto intercorrente fra il mantenimento di questa organizzazione e la presenza dell'anima spirituale. Secondo san Tommaso, in particolare, l'insieme degli spiriti corporei costituisce la causa dispositiva per cui un organismo animale diviene un tutto. Essi, come totalità unica, sono il principio che dispone in unità le singole membra in relazione al tutto vivente (causa dispositiva attiva): in virtù di tale capacità unificante le parti diventano organi di un corpo in potenza alla vita[31]. Nei confronti dell'unione dell'anima al corpo essi costituiscono invece la causa dispositiva passiva[32]. L'anima è destinata al corpo ed è atta ad unirsi, come unica forma corporis, alla materia prima, ma se viene meno la causa dispositiva passiva, cioè l'unità organica operata dagli spiriti corporei, tale unione diventa impossibile e ne consegue la morte della persona[33].

La nozione di causa dispositiva spiega bene il rapporto fra morte della persona, come secessio dell'anima spirituale dal corpo, e la morte dell'organismo per il venir meno dell'unità funzionale legata alla perdita irreversibile delle funzioni encefaliche. Questo non significa affatto che l'anima si unirebbe al corpo tramite il cervello, come talvolta si legge anche in Autori cattolici[34]. Nella prospettiva antropologica da noi delineata, non è un organo a mediare l'unione dell'anima e del corpo, ma le strutture corporee dell'uomo possono essere informate dall'anima razionale solo se si presentano adeguatamente organizzate e la presenza dell'anima razionale, che comunica al corpo il suo atto di essere, è possibile solo fintanto che questa organizzazione è conservata. La medicina ha il compito di studiare come concretamente si attui questa unità organizzativa e quali siano le strutture biologiche che garantiscono l'autoregolazione, così come i criteri adeguati per stabilire la perdita irreversibile di quella unità organizzativa.

Da parte sua, il Magistero non dà valutazioni di carattere scientifico, ma giudica semplicemente la adeguatezza della nozione di vita e di morte implicita in quei criteri alla luce della nozione di vita e di morte propria della visione antropologica cristiana. Il giudizio sul grado di certezza scientifica (affidabilità, riproducibilità, specificità ecc. ) dei criteri prodotti è di pertinenza dei medici: il consenso moralmente unanime dei medici conduce alla certezza morale. Ha concluso, pertanto, Giovanni Paolo II nel discorso sopra ricordato:

L'operatore sanitario, che abbia la responsabilità professionale di un tale accertamento, può basarsi su di essi (scil. criteri) per raggiungere, caso per caso, quel grado di sicurezza nel giudizio etico che la dottrina morale qualifica col termine di "certezza morale", certezza necessaria e sufficiente per poter agire in maniera eticamente corretta. Solo in presenza di tale certezza sarà, pertanto, moralmente legittimo attivare le necessarie procedure tecniche per arrivare all'espianto degli organi da trapiantare, previo consenso informato del donatore o dei suoi legittimi rappresentanti[35].

La certezza morale non può essere confusa con una conoscenza meno evidente, come se la qualifica "morale" alludesse ad un grado inferiore di certezza, mentre invece la qualifica "morale" allude ad un tipo di certezza. La tradizione morale distingue, infatti, la certezza metafisica, fondata sull'essenza delle cose, la certezza fisica fondata sulla costanza delle leggi della natura e la certezza morale che si fonda sulla persuasione ferma e ragionevole che si ottiene per attestazione umana. Essendo i criteri di accertamento della morte di competenza della scienza, parlare di certezza morale da parte del Magistero significa accogliere l'evidenza empirica in quanto confermata da uomini esperti nell'ambito biomedico di scienza sicura e di buona coscienza.

Se un consenso moralmente unanime non ci fosse o venisse meno non si potrebbe parlare di certezza morale. Si comprende, quindi, lo sconcerto suscitato tra i fedeli e, soprattutto, fra gli operatori sanitari, da un fondo pubblicato dall'Osservatore Romano a firma di Lucetta Scaraffia nel quale si riferivano le polemiche sulla morte cerebrale e si dava valore alle obiezioni scientifiche sulla morte cerebrale e i suoi criteri[36]. È chiaro che negare l'esistenza di un sostanziale consenso degli scienziati su questo punto renderebbe illecito il ricorso ai criteri neurologici di morte perché verrebbe meno la necessaria certezza morale richiesta dal Santo Padre. La Sala Stampa Vaticana, prendendo le distanze dall'articolo della Scaraffia, ha affermato che nulla è cambiato nella posizione della Chiesa sui trapianti di organo, ma la sensazione di disagio resta

Con un discorso molto prudente, tenuto alla Accademia per la Vita pochi mesi dopo l' intervento della Scaraffia, papa Benedetto ha mostrato di apprezzare i progressi fatti dalla scienza nell'accertare la morte, ma – evidente riflesso della polemica - ha auspicato che questi progressi possano ottenere il consenso della comunità scientifica e, dove ci fossero dubbi fondati, ha invitato ad usare il principio di precauzione, astenendosi, cioè, dal prelievo di organi[37].

In effetti, anche se le obiezioni portate contro la morte cerebrale non sembrano convincenti e sono state respinte dalla maggioranza degli scienziati, l'esistenza di queste stesse obiezioni spinge ad approfondimenti e precisazioni da parte della scienza. Per essere accettabile dal punto di vista morale, la nozione di morte cerebrale deve corrispondere ad una definitiva perdita dell'unità organismica ed i criteri per accertare questa perdita di unità devono essere affidabili, ben controllabili e non arbitrari e, infine, devono essere applicati con cura scrupolosa caso per caso.

L'accettazione di un criterio neurologico di morte non significa, inoltre, che sia accettabile qualunque declinazione di questo criterio, come per esempio il criterio della morte corticale. Secondo alcuni Autori lo stato di morte non si identifica con la perdita irreversibile dell'unità funzionale dell'organismo, ma la morte umana interverrebbe solo quando vengano meno le strutture nervose corticali cui sono deputate le funzioni superiori, proprie e caratteristiche dell'essere umano, nonostante la permanenza di strutture troncoencefaliche integre e funzionanti[38]. In un soggetto in morte corticale, pertanto, possono restare attive le capacità centrali di regolazione omeostatica dell'organismo e la capacità di espletare in modo integrato alcune funzioni vitali, inclusa la respirazione autonoma. Applicando questa nozione di morte corticale, saranno da considerarsi clinicamente morti soggetti in cui si verifica un danno irreversibile del neopallio indipendentemente dal mantenimento autonomo delle principali funzioni vitali e, quindi, non solo i malati in stato vegetativo permanente, ma anche i neonati con gravi anomalie a carico del sistema nervoso centrale, come gli anencefali, o gli anziani con il morbo di Alzheimer avanzato.

L'idea sottesa in questa posizione è che un essere umano sia una persona soltanto se può svolgere alcune funzioni ritenute caratteristiche, come l'essere autocosciente o responsabile. Coloro che non hanno ancora alcune caratteristiche qualificanti (come gli embrioni), coloro che non le hanno più (come i malati in Stato Vegetativo Permanente), coloro che non le avranno mai (come i cerebrolesi gravi) non sono persone in senso proprio. Essi vivono di vita biologica, ma non vivono una vita biografica che sarebbe la vita veramente umana. I confini della vita e della morte sono indicati dall'apparire e dal cessare delle funzioni corticali: alla brain death corrisponde la brain life.

Scrive a questo proposito il famoso bioetico americano H. T. Engelhardt:

Non tutti gli esseri umani sono persone. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità sono membri della specie umana. Non hanno status in sé e per sé, nella comunità morale. Non sono partecipanti primari all'impresa morale. Solo le persone umane hanno questo status[39].

Gli eventuali diritti sono loro attribuiti, attraverso il consenso e l'accordo, dalla comunità morale.

Questa discriminazione fra gli esseri umani in base alle loro prestazioni, ancorché prestazioni nobili e tipicamente umane, è inaccettabile ed ha conseguenze catastrofiche perché, quand'anche si ritenesse di tutelare per legge queste esistenze escluse dai confini della piena umanità, in caso di conflitto con gli interessi degli agenti morali veri e propri è ovvio che prevarranno i diritti di questi ultimi, come il diritto ad avere organi per i trapianti, se gli organi sono disponibili. Ripercorrendo la genealogia di queste idee ci accorgiamo che non si tratta di un semplice aggiornamento dei criteri di morte resosi necessario dai progressi della medicina, ma di un preciso modo di leggere la vita umana, un modo di leggere e interpretare rispondente – secondo noi - a logiche di dominio e di uso. Il criterio della morte corticale traduce in linguaggio scientifico una definizione essenziale di vita e di morte umana, diversa da quella presupposta dal classico criterio cardio-respiratorio e dal nuovo criterio encefalico. Se le diverse criteriologie presuppongono due definizioni diverse di morte umana, allora non si può parlar semplicemente di criteri rivali per studiare una stessa situazione, suscettibili di essere confrontati in ambito empirico. Si tratta, in effetti, di due modi diversi di morire che a loro volta rimandano a due modi diversi di concepire la vita umana.

Conclusione

Al limite estremo della vita umana che declina si rivela con chiarezza la nostra comprensione del fenomeno umano. Spostare la criteriologia che demarca i limiti della vita e della morte presuppone un ripensamento delle coordinate di riferimento entro le quali comprendiamo l'uomo, perché ogni criterio per delimitare vita e morte è una conseguenza di ciò che noi riteniamo i requisiti minimali per riconoscere una vita umana. Da parte nostra siamo persuasi che l'indice minimo per riconoscere il permanere di una presenza umana debba essere ravvisato nel permanere della vita corporea dell'essere umano e che tale nuda esistenza carnale vada assunta come cifra del mistero trascendente della persona. Sulla base delle conoscenze biomediche attuali, la posizione che esige la perdita irreversibile di tutte le funzioni encefaliche per poter decretare la fine di quella realtà corporea sembra la più persuasiva e si armonizza con una visione globale dell'uomo come unità psicofisica. I problemi che restano da risolvere non sembrano toccare la sostanza di questo argomento e, pertanto, il criterio neurologico di accertamento della morte e i test clinici corrispondenti possono essere accolti e applicati per raggiungere la certezza morale necessaria per prelevare in buona coscienza gli organi destinati ai trapianti .

 

BIBLIOGRAFIA

Nelle diverse Note del testo, l´autore ci rimanda alla Bibliografia aggiornatta.

NOTE

[1] Questa percezione è riflessa in modo emblematico nelle pagine suggestive dedicate da Sartre alla morte intesa come "puro fatto" che viene sull'uomo dall'esterno, trasformandolo in esteriorità, nullificandone per sempre le possibilità, interrompendone radicalmente l'esistenza che si autoprogetta come libertà: SARTRE J.-P., L'être et le néant, Paris 1943, 617-632.

[2] EPICURO, Lettera a Meneceo, 125. Cfr. LUCREZIO, De rerum natura, III, 828ss.

[3] Nel contesto di una critica penetrante al tema della morte umana, Karl Rahner afferma che la continua riproposizione dell'idea di morte come separazione di corpo e anima fa sì che "noi la dobbiamo considerare come la classica descrizione teologica della morte". RAHNER K., Sulla teologia della morte, Brescia 1966, 18. Cfr. ZUCAL S., La teologia della morte in Karl Rahner, Bologna 1982.

[4] GIOVANNI PAOLO II, Ai Partecipanti al Convegno della Pontificia Accademia delle Scienze sulla "Determinazione del momento della morte", 14-12-1989, in Insegnamenti, vol. 12/2, 1527.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Ai Partecipanti al XVIII Congresso Internazionale sui trapianti, 29-8-2000, n. 4.

[6] Ibidem.

[7] Ricostruzioni storiche dell'evoluzione del pensiero e della prassi in questo ambito: BARKER R. P., HARGREAVAS V., Organ Donation and Transplantation: A Brief History of Technological and Ethical Developments, in SHELTON W., BALINT J. eds, The Ethics of Organ Transplantation, Oxford University Press, Oxford 2001, 1-42; BELKIN G. S., Brain Death and the Historical Understanding of Bioethics, "Journal of History of Medicine", 58 (2003), 325-361. DEFANTI A. C., Vivo o morto? La storia della morte nella medicina moderna, Milano 1999.

[8] AD HOC COMMITTEE OF THE HARVARD MEDICAL SCHOOL, A Definition of Irreversible Coma, "Journal of American Medical Association" 205 (1968), 337-340 (citazione p. 337).

[9] PRESIDENT'S COMMISSION FOR THE STUDY OF ETHICAL PROBLEMS IN MEDICINE AND BIOMEDICAL AND BEHAVIORAL RESEARCH, Defining Death. Medical, Legal and Ethical Issues in the Determination of Death, Department of Commerce, Washington 1981.

[10] Sull'argomento segnaliamo uno studio di grande spessore teorico: RAMELLINI P., Life and Organisms, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2006.

[11]COMITATO NAZIONALE DI BIOETICA, Definizione e accertamento della morte nell'uomo, Roma 1991, 13.

[12] Cfr. LANDRY D. W., ZUCKER H. A., Embryonic Death and the Creation of Human Embryonic Stem Cells, "Journal of Clinical Investigation" 114 (2004) 1184-1186. Una critica molto interessante a questa tesi, sulla base dell'argomento della totipotenzialità residua delle singole cellule estratte da morule non vitali, in: RAMELLINI P., Life and Organisms, 380-393.

[13]Il ruolo dell'encefalo nel mantenere la vita animale, già intravisto da Alcmeone di Crotone (VI sec.a. C.) e da Aristotele (384-322 a. C.) nell'Antichità, e da Francesco Bacone (1561-1626) nel Rinascimento, fu chiaramente affermato da S. Bichat (1771-1802) che parlò di un tripode vitale, rappresentato da cervello, cuore e polmoni, organi reciprocamente indispensabili.

[14]Final Considerations, in WHITE R. J. et al. eds, The Determination of Brain Death and Its Relationship to Human Death, Città del Vaticano 1992, 81-82.

[15]PERICO G., La nuova legge sull'accertamento di morte, "Aggiornamenti Sociali" 45 (1994), 405-416.

[16]Per l'applicazione corretta di questi criteri devono essere escluse condizioni cliniche che potrebbero indurre in errore sullo stato mortale (ipotermia artificiale, sostanze deprimenti il SNC, patologie endocrine...). Criteri particolari vengono, inoltre, previsti, nel caso di bambini.

[17]Ricordiamo che l'azione cardiaca è intrinseca a particolari strutture del miocardio e non dipende dal funzionamento del tronco dell'encefalo, per cui, mentre in mancanza di ventilazione polmonare, l'anossia conduce all'arresto cardiaco, quando si interviene con la ventilazione assistita l'azione cardiaca può continuare.

[18] Uno status quaestionis in: GALLETTI M., Il valore della vita. Individui unici e organismi biologici, in ID., Decidere per chi non può. Approcci filosofici all'eutanasia non volontaria, Firenze 2005, 97-127; Morte cerebrale: questioni di etica, filosofia e scienza; TRUOG R., È venuto il momento di abbandonare la morte cerebrale?, in BARCARO R., BECCHI P. curr., Questioni mortali. L'attuale dibattito sulla morte cerebrale e il problema dei trapianti, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2004.

[19]JONAS H., Controcorrente. Osservazioni sulla definizione ridefinizione della morte, in ID., Dalla fede antica all'uomo tecnologico, Milano 1991, 209-220 (citazione p. 217).

[20] DEFANTI C. A., Soglie. Medicina di fine vita, Torino 2007, 221.

[21] Fra gli avversari più fieri della morte cerebrale spiccano il prof. Seifert, dell'Accademia filosofica del Liechtenstein e l dott. D. A. Shewmon che, in precedenza aveva accettato la brain death: SEIFERT J., Is 'Brain Death' actually death, "The Monist" 76 (1993) 175-202; SHEWMON D. A., The Metaphysics of Brain Death, Persistent Vegetative State, and Dementia, "The Thomist" 49 (1985) 24-80; ID., "Brain Death". A Valid Theme with Invalid Variations, in WHITE R. J. et al. eds, The Determination, 24-51. Voci contrarie di diversa estrazione culturale: BARCARO R., BECCHI P. curr., Questioni mortali. L'attuale dibattito sulla morte cerebrale e il problema dei trapianti, Napoli 2004; BECCHI P., Morte cerebrale e trapianto di organi, Brescia 2008; DE MATTEI R. cur., Finis vitae. La morte cerebrale è ancora vita ?, Roma 2007.

[22]MANNI C., A report on cerebral death, in VIAL CORREA J., SGRECCIA E. eds., The dignity of the dying person, Città del Vaticano 2000, 102-118.

[23] SÁNCHEZ SORONDO M. cur., The signs of death – Working Group, Città del Vaticano 2007.

[24] Controversies in the Determination of Death. A White Paper of the President's Council on Bioethics, Washington DC, December 2008, 6. "There are critics who have published evidence of ongoing integrated bodily activities in some persons meeting the criteria of "whole brain death" and who have claimed that this evidence invalidates the rationale for today's consensus position. These challenges invite - indeed, they necessitate - a re-examination of the neurological standard enshrined in law and medical practice".

[25] PIO XII, Problemi religiosi e morali della rianimazione, 24 -11-1957, AAS 49 (1957), 1033.

[26] Ibidem.

[27] GIOVANNI PAOLO II, Ai Partecipanti al XVIII Congresso Internazionale sui trapianti, 29-8-2000, n. 5. Cfr. Carta degli Operatori Sanitari, n. 129: "La fede e la morale fanno proprie queste conclusioni della scienza. Esigono però, dagli operatori sanitari, l'impiego più accurato dei diversi metodi clinici e strumentali per una diagnosi certa di morte, al fine di non dichiarare morta e trattare come tale una persona che non lo sia".

[28] RAHNER K., Considerazioni teologiche sul subentrare della morte, in ID., Nuovi saggi-IV, Roma 1973, 390.

[29]Cfr. PESSINA A., Bioetica, l'uomo sperimentale, Milano 1999, 159-171 (Filosofia e scienza al capezzale dell'uomo: la morte cerebrale); RODRIGUEZ LUÑO A., Rapporti tra il concetto filosofico e il concetto clinico in morte, "Acta Philosophica" 1 (1992) 54-68.

[30]ARISTOTELE, De anima, 2, 1, 412 a27-28 . b5. Cfr. TOMMASO D'AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 97, ad. 3. Si veda: BERTI. E., "Per i viventi l'essere è il vivere", in SANCHEZ SORONDO M. ed., La vita. Storia e teoresi, Roma-Milano 1998; R. PASCUAL, "Vivere viventibus est esse: Towards a metaphysics of life, in RAMELLINI P. ed., The organism in interdisciplinary context, Roma 2006, 15-20.

[31] TOMMASO D'AQUINO, Quaestio de Anima, 9, resp. ad 6.

[32] TOMMASO D'AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 76, art. 7 ad 2.

[33] Abbiamo confrontato la elaborazione tomista del tema con quella scotista in uno studio apposito: FAGGIONI M. P., La morte fra scienza e dogma, in CALVO MORALEJO G., CECCHIN S., L'Assunzione di Maria Madre di Dio, Città del Vaticano 2001, 353-376.

[34]Si legga, per esempio, questa affermazione in un articolo destinato a difendere il criterio della morte cerebrale: "If the human being is the substantial union of intellective soul and physical body, which union takes place through the organ of intellectual cognition, than it is logical to conclude that when the brain is dead the soul has departed", FURTON J., Brain death, the soul and organic life, "National Catholic Bioethics Quarterly" 2 (2002) 455-470 (p. 457). L'intervento di Furton è ponderato, articolato e ne condividiamo la sostanza, ma su questo punto non possiamo non concordare con le critiche mossegli da padre Austriaco: AUSTRIACO N., Is the brain-dead patient really dead?, "Studia Moralia" 41 (2003) 277-308 (soprattutto pp. 296-298).

[35] GIOVANNI PAOLO II, Ai Partecipanti al XVIII Congresso Internazionale sui trapianti, 29-8-2000, n. 5, in Insegnamenti, Vaticana, Città del Vaticano 2002, vol. 23/2, 283 (trad. it. "Osservatore Romano", 30-8-2000, 5).

[36] SCARAFFIA L., I segni della morte. A quarant'anni dal rapporto di Harvard, "L'Osservatore Romano" 6-9-2008, 1.

[37] BENEDETTO XVI, Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, 7-11-2008: "La scienza, in questi anni, ha compiuto ulteriori progressi nell'accertare la morte del paziente. E' bene, quindi, che i risultati raggiunti ricevano il consenso dall'intera comunità scientifica così da favorire la ricerca di soluzioni che diano certezza a tutti. In un ambito come questo, infatti, non può esserci il minimo sospetto di arbitrio e dove la certezza ancora non fosse raggiunta deve prevalere il principio di precauzione".

[38] In questo senso, con motivazioni diverse: GREEN B. M., WIKLER D. Brain Death and Personal Identity, "Philosophy and Public Affairs", 9 (1980), 105-133; LAMB D., Il confine della vita. Morte cerebrale ed etica dei trapianti, Bologna 1987; McMAHAN J., The Ethics of Killing. Problems at the Margins of Life, Oxford University Press, Oxford 2002; VEATCH R., Death, Dying and Biological Revolution, Yale University Press, New Haven 1989; VEATCH R. M., SPICER C. M., Medically Futile Care. The Role of the Physician in Setting Limits, "American Journal of Law Medicine" 18 (1992), 15-36.

[39]ENGELHARDT H. T. jr., Manuale di bioetica, Milano 1991, 126.


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Faggioni, Maurizio P., MORTE E ACCERTAMENTO DELLA MORTE, en García, José Juan (director): Enciclopedia de Bioética, URL: http://enciclopediadebioetica.com/index.php/todas-las-voces/170-morte-e-accertamento-della-morte

 

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